Streghetta

Nella vita di un uomo ( o di una donna) oltre a passioni coinvolgenti, come  la montagna, l'Africa, il volo ( parlo, ovviamente a titolo strettamente personale).... oppure le bocce o il calcio, o il Poker o la barca a vela ( non sono il mio caso), un posto a parte, e preminente, lo occupano i grandi amori. Spesso di storie sentimentali se ne sperimentano tante, nella vita, ma i veri amori, quelli con la A maiuscola, quelli che ti hanno regalato batticuori, o ti hanno fatto magari soffrire, quelli che probabilmente ti torneranno in mente anche nelle tue ultime ore, sono generalmente pochi e si contano sulle dita di una mano. E restano, anche quando sono finiti, anche quando é diventato attuale un altro  amore. O, per lo meno,  qualcosa di loro, una parte, piccola o grande, non se ne va mai, rimane aggrappata a te, tenacemente, conficcata nel cervello e nel cuore come un minuscolo organismo, non proprio un parassita ( é una parola sgradevole) quanto, piuttosto, un simbionte, che condivide la tua vita e di cui non puoi (ne' lo vuoi, in fondo) liberarti. 

Nel mio caso, in particolare (a parte il primo amore, di quindicenne, che ovviamente non si scorda mai, anche se infantile e...ormonale), il primo vero Amaiuscola, in ordine di tempo, durante e nonostante un matrimonio che non funzionava, fu una bellissima ragazza, dal nome che mi ricordava l'antica Roma, una ragazza che conobbi come paziente durante i miei primi anni da chirurgo ortopedico, e che, durante la nostra storia, mi instillò la certezza che da certe trappole si poteva uscire, che la vita era ancora tutta una promessa, ma purtroppo, come a volte accade, non ebbi il tempo, o, forse, la prontezza di riflessi, di cercare di tradurlo in realtà. Poi, dopo molte irrequietezze e qualche avventura, venne Streghetta, quella cui dedico queste righe, che sono quasi una lettera di addio e, più tardi, venne una ragazza bionda dagli incredibili occhi, che qui chiamero' Cinzia, prima di approdare ad un secondo matrimonio. 

Queste righe, che scrissi molti anni fa,  hanno forse poca attinenza con l'argomento "Africa", ma io sento di dover trovare loro un posticino anche qui, oltre che nel mio cuore. D'altra parte, si tratta quasi di una strana equazione: Nella mia vita, l'Africa ha occupato un posto importante soprattutto perché per me  ha sempre significato avventura e libertà, e costituisce una grossa fetta della mia esistenza. Rappresentando, queste pagine, una sorta di specchio della mia vita, oltre all'Africa in senso stretto ho finito per inserirvi anche qualcosa di altre mie passioni, alcune nate dal mio quasi patologico bisogno di libertà. Poiché, infine, la persona cui é dedicato questo scritto e le altre che vi compaiono, hanno rappresentato un pezzo importante della mia vita, ecco che il risultato dell'equazione risulta chiaro.

 

 

 

 

 CIAO, STREGHETTA

 

Una serie di punti luminosi che ammiccavano, in fila indiana, su per la montagna, invisibile nell’oscurità. Erano gli amici che mi precedevano all’appuntamento con l’alba ed i camosci.

Un rito che avevamo ripetuto mille volte insieme, solo che le altre volte io ero con loro, non distanziato di centinaia di metri come oggi, come stanotte.

Ma questa era una notte diversa, e lei era con me.

La aiutai, dandole la mano, a superare un passaggio insidioso, dove la roccia bagnata tagliava, con un lastrone inclinato, lo stretto sentiero da capre esposto sul vuoto: la pila le era scivolata dalla fronte, ed io gliela risistemai, mentre lei mi sfiorava il viso con la mano gelata, e mentre mi godevo quel tocco leggero, riandavo con il pensiero alla notte trascorsa in baita, con gli amici e con lei. Le caldarroste davanti al camino, tra scherzi e risate, e poi la ritirata dal freddo della notte nei sacchi a pelo. E le risatine maliziose degli amici, nel buio, a spiare ogni rumore sospetto, una volta spente le lampade a petrolio…

Giungemmo sul costone che si affaccia sulla Valle di Novalesa, e ci sedemmo in una cunetta tappezzata di rododendro, la schiena appoggiata alla morbida spazzola degli arbusti, riparati dal vento gelato che soffiava rasente la montagna.

Sapevo che gli amici sarebbero andati ancora più in alto, sulle morene già spolverate di neve, malignando un po’, bonariamente, sui” fottuti imboscati”, ma anche questo era un bel posto, ed i camosci sarebbero venuti, salendo dai boschi colorati dal giallo dei larici e dal verde scuro degli abeti.

Sopra di noi il gelo ci regalava una stellata fantastica, ed a tratti una stella cadente rigava il nero del cielo.

Poi all’orizzonte comparve una striscia di rosa perlaceo, e lo scabro profilo familiare del costone roccioso, quasi un rugoso viso noto, con i suoi capelli fatti di larici ormai nudi, si rese visibile, emergendo dalle tenebre come un fantasma.

E vennero i camosci, agili sagome che salivano, come scivolando sulle rocce e sui prati pensili, appesi sul vuoto. Ma quel giorno li lasciammo semplicemente passare, osservandoli, mentre restavamo abbracciati in quel letto di rododendri.

 

Fu un periodo di complicità ed in un certo senso di clandestinità, come accade a due amanti non liberi, di fughe e di momenti rubati, e, come spesso accade quando un amore è clandestino, di grandi passioni e di litigate clamorose, di maldicenze altrui e di sorrisetti saputi, intravisti nei corridoi dell’ospedale, di cui ce ne sbattevamo alla grande…la moralità pelosa di benpensanti dalla lingua lunga ci scivolava addosso come acqua su di una giacca di loden.

 

C’era un qualcosa che ci accomunava, al di là dell’esplosiva attrazione fisica che ci univa: lei era una sorta di forza della natura, dolce e un po’ selvaggia, diversa dalla maggior parte delle donne che avevo conosciuto, ed era attratta dal mio amore per la montagna, per il Grande Nord e per l’Africa….Ebbene, si, era una passione travolgente, temeraria ed incurante delle possibili conseguenze, come tutte le vere passioni proibite: io arrampicavo, allora, e, sentendomi  romantico come un novello Romeo, le avevo dedicato persino una prima via in roccia: la via Streghetta…

Streghetta. Così  la chiamavo. Per i suoi occhi da zingara e per quella sua aria un po’ esotica, dolcemente maliziosa ed un po' misteriosa…

E lei mi chiamava “il mio signore delle montagne”, facendomi sentire molto importante e molto amato…Tutto pareva  perfetto, forse troppo!

 

Mi sorprendevo di me stesso, ed a volte ne ero anche un po’ spaventato…Avevo giurato a me stesso: mai più storie complicate, troppo coinvolgenti! Ed ora eccomi lì …Non mi è mai passato per la mente di essere un dongiovanni e non ho mai considerato la donna come terreno di conquista, quanto piuttosto un mondo composto di ben più di cinque continenti, fatto di milioni di paesi esotici ed ognuno diverso dall’altro, già, perché la donna è sempre “tierra incognita”, pensavo, foresta inesplorata, anche se ha tre matrimoni alle spalle, ed io sono sempre stato attratto da tutto ciò che è esplorazione e scoperta ….Si, però non volevo più soggiornare nello stesso paese troppo a lungo, volevo cambiare, vagabondare….volevo…non volevo…e chi ci capiva più nulla?

Per questo motivo, in certi periodi della mia vita avevo avuto la tendenza a cambiare di continuo, a cercare sempre qualche cosa di nuovo, non credo per menefreghismo o cinismo, quanto piuttosto, mi piaceva pensare, perché era triste veder sfiorire un amore e quindi era meglio eutanasizzarlo prima che morisse, anche se questa, ovviamente, è una scusa vigliacca, ed alla base c'era probabilmente la paura di impegolarmi di nuovo, dopo aver scoperto che le..nasate possono far male.

E, forse per vigliaccheria, finii per troncare.

Forse stava diventando troppo importante per non averne paura.

Forse perché tu, Streghetta, mi volevi davvero,ed io in fondo pure, anche se non lo sapevo….. o facevo finta di non saperlo.

 

Non ci vedemmo per parecchio tempo.

 

Poi venne il tempo del rimpianto, perché sentivo che lei era stata speciale per me, un bene prezioso che avevo gettato via da imbecille, e ne sentivo acutamente la mancanza. Ma ormai il guaio era fatto, anzi, l'avevo fatto.

 

....Ci eravamo incontrati nuovamente per caso. O forse il caso aveva ricevuto una spintarella da me, per essere onesti, comunque le chiesi scusa. Lei aveva un altro, me lo disse chiaro e tondo, ed io continuai la mia movimentata vita sentimentale, ma rimanemmo amici.

Tuttavia si trattava di un’amicizia un po'anomala.

Lei, ormai risposata, era gelosa delle mie ragazze:” Non parlarmi delle tue squinzie” mi diceva, “lo sai che mi fa incavolare”, e , dal canto mio, mi seccava da matti l’idea che lei stesse con un altro. E questo era imbarazzante…io…io che mi ero sempre piccato di non essere geloso....

Nel periodo della devastante esperienza matrimoniale e dopo una solenne batosta  sentimentale extraconiugale, i miei rapporti con l’altro sesso erano generalmente interessati a qualcosa di più che non la semplice amicizia, oppure improntati ad un’amicizia superficiale: i veri amici, insomma, erano gli amici maschi, con cui potevi parlare di determinate cose, senza farti problemi, mentre le donne, beh, insomma, le donne erano un’altra cosa, specie quelle carine..

Adesso scoprivo un’altra faccia dell’amicizia, e mi accorgevo che, ad esempio, se parlavo di un mio problema con lei, il suo modo di vedere le cose, in un’ottica e con una sensibilità tutta femminile, era estremamente diverso. E spesso più azzeccato….Una donna per amico, insomma, come diceva la nota canzone.

Tuttavia, la cosa strana ed intrigante era che entrambi sentivamo, sapevamo, che non era tutto lì.

Continuava ad esserci un’attrazione reciproca che andava ben oltre la semplice amicizia, un qualcosa di chimico, una complicità, fatta a volte solo di una battutina, di una frase ambigua, a volte, più chiaramente, di una precisa asserzione, come quando lei mi disse che le nostre vite viaggiavano su due binari paralleli, ma che forse un giorno si sarebbero incrociate di nuovo…In realtà non successe mai, ma questo pensiero era eccitante e mi dava il batticuore.

Ne frattempo, anche se accadeva di non vederci per mesi, lei era sempre presente, si preoccupava per me quando andavo ad arrampicare o a fare “un’altra delle tue mattane”, o quando ero a vagabondare in Africa o in giro per il mondo, e se qualcosa la angustiava io ero la prima persona cui telefonava.

Sapevo che lei c’era, era lì, per me, e ci sarebbe sempre stata….amica, certamente…. amante, forse ancora….chissà.

Mi sbagliavo.

 

Te ne sei andata in punta di piedi, in pochi mesi, ed il peggio è stato le infinite bugie che ho dovuto raccontarti, le illusioni di guarigione che non potevo negarti mentre ti vedevo sfiorire.

 

Sto salendo di nuovo verso le nostre montagne, è buio ancora, vedo le luci degli amici che salgono, lucciole ammiccanti tra i larici. Ecco, di nuovo, come allora, mi sono fermato per farmi distanziare, e penso…e ricordo...e sento un grande vuoto.

Manca solo una luce stanotte..ed il tocco di quella mano.

E quando guardo la lunga valle di Novalesa, la schiena di dinosauro del Serpentera, ed il Rocciamelone, dove si nasconde la mia vecchia baita, che tanti ricordi racchiude, quando cammino lungo i ghiaioni nel vallone del Someiller, a volte i veli di nebbia che si muovono, spinti dal vento, disegnano per un istante il tuo viso, Streghetta.

E allora so che ci sei ancora e che mi guardi.

E le nostre vite scorrono ancora parallele.